La speleologia vagante – di Giovanni Badino

Articolo fornito da SCINTILENA.COM – Andrea scatolini

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Giovanni Badino è stato uno dei più grandi interpreti della speleologia mondiale degli ultimi tempi. Era uno studioso e un grande divulgatore. Nel suo stile ci ha lasciato pillole, ha dato ieri risposte alle nostre domande di domani, con una visione lucida, competente e scansonata del nostro ambiente.

Non ho mai fatto una intervista a Giovanni, e non sarei stato in grado di chiedergli quello che lui con molta lungimiranza vedeva e sapeva.
Pubblico questo suo articolo postumo, credo inedito, scritto e affidato a qualche mail privata, seguendo una logica e un filo conduttore che ci portano a valutare la nostra organizzazione speleologica e il nostro ruolo nella società.

Andrea Scatolini

 

La speleologia vagante di Giovanni Badino

Introduzione
Seguo da diverso tempo la speleologia in Italia, anche da posizioni privilegiate, e da un tempo di poco minore quella di diversi altri paesi, soprattutto dell’America Latina, dove ho partecipato a molte esplorazioni.
In questi anni vanno maturando disaccordi fra speleologie di vari paesi legate alla maggiore mobilità e alla nascita di nuove realtà speleologiche.
Ho l’impressione che lo sviluppo della speleologia in Italia abbia anticipato su piccola scala queste tendenze, dato che essa è intensamente esplorativa [1], ma rivolta sul suo territorio. La mobilità degli speleologi della penisola è bassa, la gran parte di essi esplora le grotte intorno casa propria (endo-speleologi nel seguito) sulle quali ha un forte senso di “proprietà”; questo ha spesso creato attriti con quei pochi che, come chi scrive, hanno sempre sconfinato (eso-speleologi…), privilegiando le zone “interessanti” alle “loro” zone.
La tendenza alla frammentazione della speleologia italiana si è aggravata con l’organizzazione federativa dello Stato, ora sono i governi locali che gestiscono legislazione e finanziamenti per la speleologia. Attualmente alcune singole regioni hanno finanziamenti ben maggiori del bilancio della Società Speleologica Italiana (SSI), ma altre sono del tutto prive di risorse. Quel che è peggio, non esiste nessuna legge nazionale che coordini le singole leggi regionali. Allo stesso modo, la definizione di che cosa sia uno “speleologo” –o una guida speleologica- rimane nel vago e, quando è chiarita, è diversa da una regione all’altra.
Si è così formata una situazione a macchia di leopardo di strutture variamente riconosciute, coordinate dalla SSI che a bilancio ha solo le quote dei propri soci –che sono solo una frazione degli speleologi in attività- e non ha nessun riconoscimento statale se non come “ente ambientalista”.
I problemi che sorgono a getto continuo da una realtà così scoordinata, sembrano aver anticipato quelli che sta affrontando l’UIS. In particolare mi preoccupano i problemi legati alle spedizioni all’estero, dato che questa è la mia attività prevalente, con l’Associazione La Venta, nei paesi dell’America Latina e in Asia. Proprio per affrontare questi problemi nel 1994 organizzammo un incontro europeo [2] in cui stilammo la prima “Carta Etica” su questo argomento. L’iniziativa ha avuto un buon seguito e ormai questi incontri sono alla sesta edizione (VI European Caving Expedition Symposium in Portogallo nel 2004).
Da allora, comunque, i problemi sono cresciuti.
Per questo, a più di dieci anni dal primo incontro, credo che valga la pena di chiarire alcuni punti utili per l’elaborazione di strategie future.
Mi pare che alla base di diversi dibattiti sorti attorno ai rapporti fra società nazionali e UIS, e fra speleologi operanti in paesi stranieri, ci siano una serie di fraintendimenti, causati dal fatto che ciascuno ignora alcuni punti essenziali della controparte.
Ne voglio fare un elenco, per poi tirare conclusioni.

Differenti estrazioni sociali
Un fraintendimento che non aiuta a capirci è quello di credere che la speleologia venga praticata in contesti sociologicamente simili. Siamo accecati dalla somiglianza di chi pratica la speleologia nei diversi paesi, e finiamo per credere di avere un’origine simile.
Non è vero. La speleologia è elitaria, perché è praticata da chi non ha da preoccuparsi del pane quotidiano; tutte le attività del tempo libero sono nate, paese per paese, in ambito di alta borghesia o nobiltà, e solo più di recente si sono andate diffondendo a strati più ampi della popolazione. La loro diffusione è divenuta esplosiva quando la riduzione della settimana lavorativa, l’auto privata e la riduzione delle differenze salariali ne hanno permesso l’accesso a persone di “bassa estrazione”.
Ma questo fenomeno di diffusione non si è avuto ovunque, in diversi paesi la speleologia continua ad essere praticata da una élite economica ed intellettuale: questo genera molte incomprensioni.
In America Latina, ad esempio, mi è capitato diverse volte di sentirmi dire che ero in un paese del Terzo Mondo, mentre ce ne stavamo comodamente seduti dentro case di un lusso che mai, io e i miei colleghi speleo europei, avremmo potuto permetterci. Terzo Mondo questo? Come potevo spiegare a che ero di famiglia operaia e che vivevo in una casa col cesso in comune coi vicini?
A volte, con incomprensione ancora più ridicola, sono stato ritenuto “ricco” solo perché ero riuscito a pagarmi un biglietto aereo per venire sin lì per cercare grotte, anche se in realtà chi mi “accusava” aveva uno stipendio ben maggiore del mio, e in Europa ci andava ogni tanto per farsi fotografare di fronte al Colosseo e rifarsi il guardaroba.
La cosa più grave è però che questa incomprensione sociologica induce a scelte errate, pur con buone intenzioni.
Un esempio. Frequento il Brasile speleologico da oltre vent’anni, e l’approccio che vi ho seguito per aiutarne la crescita è stato quello di realizzare innumerevoli corsi di speleologia e di soccorso speleologico, un metodo che ha avuto un buon successo, indicando la strada da seguire nei rapporti con speleologie in via di formazione. Ma non sempre è un metodo giusto. In molti paesi la speleologia riguarda un’aristocrazia chiusa, senza una base di giovani cui insegnare cose. In quei casi (che capitano su scala ridotta anche in certe regioni d’Italia), appoggiare in questo modo la speleologia locale può creare una “cristallizzazione” della aristocrazia, che cerca di impedire ogni apertura ulteriore per impedire la perdita del ruolo di “capi” ai suoi membri [3].
In pratica l’idea di fare corsi di speleologia locali, come ci impegnammo a fare con la Carta di Casola [2, 4], ha senso solo se c’è già una speleologia strutturata con una base sufficientemente diffusa.
Negli altri casi la richiesta di “sviluppare la speleologia locale” rischia di ridursi a foraggiare o a dare credibilità a qualche capetto locale, senza che ci sia un ritorno (anzi, a volte proprio perché non ci sia un ritorno) sulla diffusione locale dell’attività.

Inesistenza degli speleologi
Un altro fraintendimento che non aiuta a capirci è quello di credere che gli speleologi esistano. E’ un’illusione, in quasi tutto il mondo è “speleologo” chi si dichiara speleologo, nient’altro. Mancando riconoscimento legale del nostro status, è impossibile ogni regolamentazione seria che ci attribuisca competenze, doveri, diritti e quindi non possiamo ottenere che lo stato locale, che è il vero proprietario delle grotte, deleghi un qualche controllo sulle grotte al suo cittadino che si dichiara speleologo.
E infatti i “permessi” degli speleologi locali hanno solo un valore di cortesia, di riconoscimento reciproco. Chi gira il mondo in cerca di grotte sa bene che il permesso vero per poter cercare grotte in una certa zona è quello dato dalle comunità che ci vivono, non quello rilasciato da sedicenti autorità speleologiche di lontane capitali. Che competenza dovrebbero mai avere costoro sulle grotte locali?
A questo punto appare una questione fondamentale: “locali” cosa vuol dire? Io, ad esempio sono competente per le grotte della mia regione –in Italia le legislazioni speleologiche e i catasti delle grotte sono su base regionale-? O sono competente sulle numerose che ho esplorato fuori della mia regione, da mal tollerato caposcuola degli eso-speleologi?
E, per definire la “mia” regione, conta la mia residenza o la mia nascita? O il mio gruppo speleologico di appartenenza, che però non ha nessuna esistenza giuridica?
Se consideriamo un livello mondiale la situazione è ancora peggiore, perché non c’è nessun riconoscimento legale internazionale. Lo speleologo brasiliano in visita in Italia può chiedermi di dargli un aiuto per esplorare sul Marguareis (una delle principali zone carsiche alpine), ma questo perché ne conosco i problemi esplorativi, non perché sono italiano, o piemontese, o francese. Per le grotte in cui ho lavorato so di cosa parlo, ma non ho nessuna competenza legale.
Ha senso proporre invece che ce l’abbia uno che non ci è mai stato ma che ci abita vicino –o ci è nato? o risiede?-? E “vicino”, che distanza è? O mi si dice che io sono competente per tutte le grotte d’Italia, anche se ne ho viste solo pochissime delle 32000 messe a catasto? E’ ridicolo.
Il problema mi pare insolubile. Anzi, peggio, mi pare che ogni soluzione tenderà a cristallizzare le situazioni attuali, peggiorando le cose a medio e lungo termine.
Se infatti in una certa zona si riesce ad ottenere un riconoscimento governativo che definisca chi è “speleologo”, esso fotograferà la situazione attuale. Per un po’ sarà un vantaggio, ma poi apparirà la devastante conseguenza, tante volte vista, che i nuovi arrivati non saranno riconosciuti “speleologi” da quelli che hanno il riconoscimento, anche se da anni non vanno più in grotta, perché sennò costoro finirebbero col perdere il loro “potere”. Un riconoscimento ufficiale tende cioè a degenerare in fretta in una mafia che congela ogni iniziativa e infine dissecca ogni attività di grotta.
Nei paesi dove la speleologia è molto diffusa non ci sono riconoscimenti ufficiali dell’attività, né le organizzazioni nazionali che dovrebbero preoccuparsi di ottenerli hanno un gran seguito; in Italia, ad esempio, solo meno della metà di chi va in grotta fa parte della SSI, e quasi nessuno le dà retta.
Temo però che la cosa non possa durare in questo stato indefinito.
E’ esemplare di questa tendenza la situazione del Messico, dove le autorità governative –che capiscono decisamente troppo di speleologia- hanno finalmente accettato il fatto che lo speleologo è un “geografo” e, di logica conseguenza, non è più ammesso che egli entri come “turista” a fare esplorazioni in Messico.
Un geografo è un ricercatore, non un turista. Scrivo queste lunghe note proprio nelle tremende attese per ottenere il permesso di migrazione come ricercatore (FM3) per poter fare ricerche speleologiche in Messico.
E’ un punto da sottolineare con forza: noi speleologi, escursionisti-turisti-scienziati dilettanti in cerca di riconoscimento, se lo otteniamo possiamo non essere in grado di gestirne le conseguenze.
“Stai attento a cosa chiedi, perché corri il rischio di ottenerlo”.
Abbiamo bisogno di una “patente di speleologo” come di un buco in testa.
Ma temo che prima o poi ci toccherà, e dobbiamo prepararci a sopravviverle.
Come fare, non lo so proprio.

Inesistenza delle organizzazioni speleologiche
Insieme a questa assenza di riconoscimenti dell’essere speleologo da parte dei proprietari delle grotte (gli stati nazionali), viene l’illusione di credere che le nostre organizzazioni esistano. Si tratta di un altro fraintendimento, le nostre organizzazioni non esistono fuori della nostra testa, del nostro riconoscimento reciproco.
L’autorità di ogni nostra struttura è legata al gentleman agreement per cui gli altri la riconoscono e noi riconosciamo quelle degli altri. Sino a che non abbiamo interessi in conflitto, va tutto benissimo. Le nostre strutture riescono così a stare in piedi con tutto un gioco di equilibri, di contrattazioni, di bluff, di riconoscimenti legali parziali; la SSI sulla base di queste fumosità viene riconosciuta come “struttura nazionale” da una parte sorprendentemente grande di chi in Italia si dichiara speleologo (non cesso di stupirmene ogni volta che ci penso). Un riconoscimento volontario, naturalmente.
I guai saltano fuori quando ci sono “invasioni di campo” e scopriamo che gli altri riconoscono la nostra autorità nei limiti in cui riusciamo a non infastidirli significativamente. Perché la speleologia, alla fine, è un modo di fare vacanza, di giocare, e i vincoli sono poco tollerati.
La reazione che spesso scatta è quella di diventare “cani sciolti”, quel tipo di speleologi che rifiutano ogni associazionismo e che, in ogni paese, stanno diventando sempre più numerosi (e bravi).
L’inesistenza delle società nazionali vale anche per l’UIS, che ha riconoscimenti ancora più nebulosi, sia a livello di stati che di singoli speleologi.
Come mi ha detto più volte José Labegalini: l’UIS è una grande sconosciuta.
Esatto. Aggiungo che alla gran parte degli speleologi non interessa né conoscerla, né cosa essa sostenga, né le sue regole. Non interessano le speleologie e le organizzazioni di altre zone del proprio paese, figuriamoci di quelle di altri stati.
Gran parte degli speleologi basta a sé stessi.

Disinteresse degli Stati
Un altro fraintendimento è quello di credere che a ciascun stato nazionale prema molto che le grotte nel suo territorio vengano esplorate da suoi cittadini.
Se la cosa non riveste nessuna importanza, i cittadini possono effettivamente pretendere dal loro governo, e ogni tanto persino ottenere, che solo i nativi esplorino le grotte “locali”. Ma lo possono ottenere solo se la cosa è irrilevante, come irrilevante è l’esplorazione di una qualsiasi grotta al mondo. Se invece si tratta di ricerche che possono avere uno spessore strategico, di risorse naturali, gli speleologi locali scopriranno che i loro governanti non sono degli idioti.
Da una parte essi possono permettere a stranieri specialisti e attrezzati di lavorare gratis per scoprire ricchezze su cui costoro non avranno mai nessun diritto e che pubblicheranno a livello internazionale; e prima o poi spariranno per sempre oltre confine.
Dall’altra possono scegliere di farle fare –pagandole- a loro cittadini incompetenti, non attrezzati, poco capaci a pubblicare, troppo perennemente presenti e che non potranno essere espulsi neanche se si comportano malissimo.
Cosa sceglieranno?..
Dicendola in breve: gli interessi localistici degli speleologi gelosi delle “loro” grotte sono in contrasto con gli interessi dei loro compaesani non speleologi.
Questo, per inciso, apre grandi spazi a chi voglia aggirare le speleologie locali.

Non rappresentatività degli eso-speleologi
Un altro fraintendimento è quello che gli speleologi che vanno in spedizione siano in qualche modo rappresentativi del loro paese e della sua speleologia.
E’ un’idea ridicola. Tutti noi sappiamo quanto lo speleologo medio è poco rappresentativo del contesto sociale in cui vive. Spesso, anzi, fa speleologia proprio perché non lo tollera.
Tutti noi sappiamo che gli speleologi russi, brasiliani o spagnoli si assomigliano in modo desolante, per atteggiamenti e pensieri poco convenzionali, spesso al limite (e a volte ben oltre) del “borderline”.
Ben pochi speleologi al mondo parlano bene del loro governo o dei loro compatrioti. In genere facciamo nostro quanto disse Carlyle quando gli chiesero quanti abitanti avesse la Gran Bretagna: “Quaranta milioni, in maggioranza cretini”.
Ma c’è di più. Frequento molti eso-speleologi di diversi paesi, e si tratta in genere di persone che hanno una pessima opinione anche degli speleologi del loro paese, che essi ritengono capaci solo di andare sempre nelle stesse grottine. Tant’è che loro se ne sono staccati. E spesso sono in lite con le loro organizzazioni nazionali, che essi ritengono costituite da gente che dice di far speleologia e invece fa burocrazia, politica di basso respiro e passa le domeniche in riunioni inutili e non in grotta.
Ritenere gli eso-speleologi rappresentativi “del loro paese” è ridicolo. Ancora più ridicolo è illudersi che le società nazionali abbiano su di essi un qualche potere.

Insofferenza degli eso-speleologi
Un altro fraintendimento è quello di pensare che nelle relazioni internazionali (o fra territori lontani in uno stesso paese), le lamentele sui comportamenti siano solo degli speleologi ospitanti. La crescente insofferenza delle speleologie locali per le esplorazioni condotte da colleghi di altre zone ha una corrispondenza nell’insofferenza di chi del suo tempo libero vuol fare un po’ quel che gli pare, nel rispetto delle leggi (delle leggi, dico, non delle opinioni degli speleologi) delle zone che lo ospitano.
La sgradevole tendenza attuale è che l’eso-speleologo viene sempre più a trovarsi in gineprai di comportamenti e regole e polemiche e processi fatte da strutture autoreferenziali locali che intendono la protezione delle grotte nel senso di chiuderle a chi non ha il loro personale permesso. Come se ne fossero proprietari.
Sveglia, ragazzi, in nessun luogo al mondo basta dirsi “speleologi” per essere proprietari delle grotte, o “subacquei” per esserlo delle profondità marine.
Non facciamoci illusioni, le regole cui devono sottostare gli stranieri sono le leggi dello stato ospitante, mentre le nostre regole speleologiche verranno accettate solo per reciproca cortesia, correttezza e stima.
L’insofferenza delle speleologie locali per le collaborazioni con eso-speleologi si è invece spesso espressa nell’elegante omissione del ruolo degli “esterni” nelle relazioni finali. Costoro quindi hanno speso soldi, tempo, ferie, hanno eventualmente fatto tutto a modo per collaborare, ma alla fine per le cronache locali hanno fatto tutto e solo gli speleologi locali. Bella collaborazione…
Molti si illudono che la speleologia sia una scienza: ma se queste omissioni venissero applicate nelle collaborazioni scientifiche avrebbero conseguenze gravissime. Fra noi, invece, ci si limita a lamentele o a risatine.
Come fa a pretendere stima e correttezza chi è così stupidamente scorretto?

Illusioni della ricchezza
Un altro fraintendimento notevole è quello di pensare che il motivo per cui uno ottiene maggiori risultati di un altro sia che quello ha più soldi. E’ una scusa addotta spesso, anche nel nostro quotidiano, per giustificare i risultati dei pochi in mezzo all’inconcludenza dei molti.
In realtà la differenza nei risultati, lo sanno tutti, la fanno l’impegno, l’allenamento, lo studio. I mezzi sono secondari.
Ma dichiarare che la propria inconcludenza è legata a paure e incapacità, richiede lucidità e intelligenza, che sono doti rare. Meglio dire che i risultati di questo o quello sono dovuti a suoi vantaggi “esterni”, immeritati.
E’ una posizione comoda anche per gli insicuri che hanno soldi e mezzi, ma non hanno adeguate capacità, perché li fa illudere che tutto il mondo sia a loro disposizione grazie a quattro attrezzi e un conto in banca.
Si pensi ad esempio al risultato della corsa al Polo Sud fra i ricchissimi imperiali di Scott e gli sfigati provinciali di Amundsen: un vero archetipo di che cosa serva per esplorare. I commentatori di lingua inglese continuano a raccontare questa storia a denti stretti, non ci riescono ancora a credere, continuano a cercare scuse.
Anche a livello di rapporti internazionali fra speleologi è comune sentire lamentare le differenze economiche come fonte di differenze di efficacia.
Non solo non è vero.
Non solo un confronto fra il conto in banca medio degli speleologi del cosiddetto Primo Mondo e del cosiddetto Terzo in molti casi farebbe vincere i secondi.
Non solo praticamente tutti gli speleologi extra-europei che conosco sono già stati a fare turismo in Europa, senza sentirsi ricchi.
Ma aggiungo che spesso è proprio vero l’opposto, spesso la scarsezza di mezzi permette maggiori risultati, perché affina l’ingegno. In Italia, da decenni, vediamo arrivare squadre di miseri speleologi dell’Europa dell’Est che si sono abituati a sostituire i mezzi tecnici con la cooperazione fra loro, e così facendo sono diventati favolosamente bravi, ed esplorano chilometri di gallerie dove meno determinati italiani avevano dato chiuso.
Ben fatto, amici slavi, continuate a insegnarci e a esplorare grotte in questo territorio meraviglioso.

Inesauribilità delle grotte
Un altro fraintendimento che non aiuta è l’illusione che gli speleologi dei paesi “ricchi” vadano all’estero perché le grotte nel loro paese sono finite.
Quando ho iniziato a far speleologia il Complesso del Corchia e quello di Piaggia Bella avevano uno sviluppo di pochi chilometri, ed eravamo convinti fossero ben esplorati. Ci abbiamo lavorato molto e ora uno è 55 km e l’altro –nell’insieme- quasi 70. Siamo diventati finalmente bravi e abbiamo capito che le ricerche in quelle due piccole montagne (rispettivamente 3 e 20 kmq) sono appena iniziate.
Un altro esempio: vent’anni fa in Italia non c’era neppure un “menomille”, ed eravamo convinti che il territorio fosse ben esplorato. Poi abbiamo cominciato a trovarne, ora ce ne sono una decina, ma di nuovo abbiamo capito che è solo l’inizio.
Grotte ce ne sono dappertutto. Chi va in giro per il mondo non cerca “grotte” ma “prospettive speleologiche”; non viaggia perché ha finito le “sue” grotte, ma perché è stanco del tipo di grotte che esplora e del tipo di speleologi che frequenta, che in genere hanno un orizzonte culturale e operativo che si ferma alla collina di fronte a casa.
E soprattutto rifiuta l’idea che esistano “sue” grotte.
Chi va in grotta è un passante, non un proprietario. “Sua” è la sua attività, non la grotta in cui la fa.
Gli speleologi che vanno all’estero sono in cerca di nuovi orizzonti, di nuove facce e, spesso, di nuove motivazioni.

Impossibilità delle esplorazioni
Un altro fraintendimento che non ci aiuta è l’illusione che nel corso di una spedizione si possa esplorare in modo significativo una grotta. L’esplorazione di una grotta è una cosa quasi impossibile, perché il modo sotterraneo è troppo vasto.
Le ricerche di chi scrive nel Complesso del Corchia gli hanno richiesto oltre 200 discese con permanenze medie sulle 20 ore ciascuna, quelle in Piaggia Bella probabilmente più del doppio; ora i due complessi sotterranei sono assai cresciuti, ma ancora di più sono cresciute le zone da esplorare.
Attendono anche ora, inesplorate.
Dovrei continuare lì? E perché? Non vado in grotta per “concludere un’esplorazione” –cosa impossibile in grotte significative-, ma perché mi diverto. In quei giganti sotterranei sono cresciuto grazie a vent’anni anni di sforzi, ora cerco altri orizzonti, che altri riprendano da dove mi sono fermato.
L’esplorazione di una grotta richiede uno sforzo non tanto fisico per andarci, ma soprattutto mentale per crearsene una copia interna. Alla fine si esplora e allarga la copia, non la grotta fisica, che è un “mandala”.
Chi teme che speleologi d’oltremare gli “rubino le esplorazioni” tradisce il fatto che non sa cosa siano né un’esplorazione, né una grande grotta.
Le spedizioni abbozzano esplorazioni, ma non possono farle.
Tracciano percorsi nei monti, null’altro.
In un vecchio articolo avevo paragonato chi fa spedizioni speleo a chi fa turismo sessuale. Spesso i rapporti che si hanno con le grotte e con gli speleologi locali tendono ad essere proprio dello stesso tipo.
Per passare ad un livello diverso bisogna crescere molto e organizzarsi in progetti, imporsi pubblicazione di risultati, collaborare con chi lì spende la vita –che sarà lui, per puri motivi geografici, che potrà proseguire il lavoro-, e poi tornare moltissimo negli stessi posti, fare amicizie, amori, incidenti.
Le spedizioni speleologiche ben fatte hanno generato matrimoni, figli con doppia cittadinanza, emigrazioni, delusioni amorose, infinite amicizie, crescite operative e culturali e poi sere a sognare di avanzare nelle gallerie che avevamo visto ma che ci è mancato il tempo di esplorare.
I limiti del tempo libero e dei soldi ci obbligano alla rapidità; siamo bravi se siamo capaci di evitare “rapidi amori” sotterranei, imparando piuttosto a ottimizzare i lavori, la cattura di informazioni, la documentazione.
Si può dunque approfittare della rapidità obbligata per crescere ad un livello che è impensabile per chi spende nella speleologia solo le sue domeniche.
Ma quanto a esplorare sul serio, quello no, è impossibile.

Stranieri in casa nostra
Collegato al punto precedente e all’illusione che le grotte nel nostro paese siano “nostre”, sta un buffo fraintendimento, diffuso fra chi proprio non ha idea di come funzioni la speleologia: ci si crede che siano sgradite le esplorazioni straniere nelle grotte d’Europa.
Il carsismo austriaco è esplorato quasi solo da stranieri, come anche una parte sostanziale delle grotte di Spagna.
Quello italiano lo è stato in gran parte, in Apuane, Sardegna, Canin e Marguareis, e proprio chi scrive è nato speleologicamente nei rapporti con gli speleologi francesi che esploravano sul Marguareis. Rapporti spesso difficili, ma sempre fecondissimi, e che continuano tuttora in complessi intrecci. La moderna speleologia esplorativa italiana nasce proprio dal contatto con quella francese, che a suo tempo era capace di trovare grotte dove noi trovavamo solo sassi. E tutto questa senza che nessuno abbia mai trovato a ridire sul principio della libertà esplorativa.
Anche il cercatore di funghi si dispiace di non trovare nulla dove un altro li trova, ma se è intelligente imparerà in fretta. Se non lo è, cercherà di impedirgli di cercare.
Ci si turba, e moltissimo, e a ragione, se qualcuno va ad esplorare proprio la grotta dove noi stiamo esplorando, ma questa è una scorrettezza elementare, come rubarti le corde.
Che invece qualcuno ne cerchi, e ne trovi, di inesplorate, e ci vada, è la quotidianità in tutto il mondo, chi pensa l’opposto venga a vedere.
Nella sola Italia c’è ancora da esplorare per tutti gli speleologi del mondo per il prossimo secolo.
Interi massicci non sono stati mai visti con qualche cura.
Altro che Torre di Pisa, venite a vedere cosa vi resta da esplorare, rimarrete esterrefatti e ci direte: “ma non avete fatto quasi nulla!”.
“Abbiamo fatto quel che potevamo” vi risponderemo, “non è colpa nostra se le grotte erano molto più grandi di noi”.

Posizioni secondarie nelle collaborazioni
Un altro fraintendimento che non aiuta, ma che mi obbligherà a dire cose poco cortesi, è sostenere che la posizione secondaria che spesso tocca agli speleologi locali che operano con “stranieri” (ma questo vale anche all’interno di singoli paesi), sia legata a forme di colonialismo.
No, assume posizione secondaria chi viene invitato a partecipare ad un progetto che lui non ha realizzato. E questa posizione tocca a chi ha meno iniziative o, detta in modo brutale, a chi è meno bravo. Vediamo meglio questa asimmetria.
Come ho già detto, gli speleologi ospitanti in genere non ricevono colleghi rappresentativi di una “qualità media” della speleologia del loro paese, ma una selezione “alta”, quelli di basso e medio livello infatti sono rimasti a casa nelle loro grottine domenicali e se vanno in Brasile è per farsi fotografare a Ipanema. Il confronto fra speleologi locali e gli stranieri ospitati è quindi sbilanciato già in partenza.
Ad aggravare la cosa sta che gli uni hanno progettato una ricerca dimensionata sulle loro capacità, vi hanno investito tempo e denaro, e quindi la affronteranno con decisione e ambizione, mentre gli altri si sono trovati in una storia non loro, ogni tanto solo a reggere la bandiera locale.
Infine, sta il fatto banale che le scuole di speleologia nei diversi paesi hanno una qualità che è ben diversa, e questo ha un peso enorme. Alla fine di un corso ben fatto un allievo appena volenteroso ha capacità tecniche, esperienze e accesso a conoscenze che in altri contesti sono irraggiungibili, neanche in anni di attività e neanche da persone molto più abili.
A questo non si rimedia chiudendosi, ma aprendosi.
In Sud America, a mio modo di vedere, esiste solo una scuola di speleologia di assoluto rango mondiale, e coincide con un singolo gruppo che, non a caso, è in aspra lite con le altre organizzazioni del suo paese. Questi speleologi non hanno nessun problema ad invitare stranieri alle loro esplorazioni, nelle quali questi ultimi assumono ovviamente una posizione subordinata. Con buona pace dei deliri sul colonialismo.

Illusioni interpretative
Il fraintendimento più pericoloso che va emergendo, secondo me, è però di tipo politico.
L’idea di traslare sulla speleologia i rapporti di sfruttamento attualmente in vigore fra il Nord e il Sud del mondo è finalizzata ad ottenere un facile consenso e “ruolo” per chi la sostiene, ma mi pare superficiale e capace solo di generare incomprensioni, sottosviluppo e un degrado generale dei rapporti.
E’ suicida, per questo ne scrivo.
Si ignora il fatto che gli speleologi non hanno una coincidenza di intenti e di politica coi loro paesi, e soprattutto si dimentica che le organizzazioni speleologiche non hanno uno status legale reale, ma sono solo basate sul riconoscimento e il rispetto reciproco derivanti dall’amicizia e dalla solidarietà fra persone di diverse nazionalità ma accomunate da una simile passione.
Ogni operazione che si illuda che i rapporti fra speleologi e associazioni, e associazioni fra loro, siano dello stesso tipo di quelle fra cittadini e stati, e fra stati fra loro, è destinata ad ottenere un semplice stato di anarchia, disperdendo il patrimonio associativo che è stato sviluppato in decenni di sforzi.
Per i motivi che ho elencato sopra, queste interpretazioni semplicistiche tendono a demolire le strutture (nazionali e internazionali) che ci siamo dati in passato grazie al far prevalere l’amore per le grotte su campanilismi e nazionalismi.
L’intolleranza va crescendo, anche fra noi, e solo per soddisfare il “bisogno di ruolo” di pochi.
Da tempo vediamo come stiano saltando gli accordi che, all’interno di ogni paese, riuscivano ad ottenere di dare una voce unitaria alla sua speleologia.
“Chi sono quelli lì, per dichiarare che rappresentano la speleologia del nostro paese?”, si sente dire qua e là. E via a litigare, svuotando di significato le nostre fragili strutture organizzative.
Ora i sintomi di questa malattia stanno cominciando ad apparire anche a livello internazionale, i rapporti fra speleologi di paesi diversi non vengono più visti come motivo di crescita, ma di rigurgiti xenofobi imbecilli, che vanno contrastati con estrema decisione.
Detta in breve, costruire è stato difficile, ma sfasciare tutto è facilissimo, basta fare in modo di annullare il tacito accordo per cui si riconoscono gli speleologi locali (a livello regionale o nazionale) come competenti per le grotte del territorio dove vivono.

Conclusioni
Penso che dobbiamo fare un grosso sforzo per far prevalere i motivi di unione su quelli di disunione, che sono numerosi e generati da problemi ben più seri che da semplici diversità di lingua o di cittadinanza. Spero che il mio sforzo di indicarli sia utile per affrontarli in futuro.
1) Dobbiamo far crescere la visibilità di UIS presso le basi speleologiche. Attualmente è una struttura “visibile” e considerata importante solo per chi ha trent’anni di speleologia alle spalle. Credo si debba investire in iniziative che creino negli speleologi di ogni paese un senso di appartenenza ad una struttura globale: bollettini, siti, mailing list, iniziative e quant’altro.
2) Dobbiamo delegare alla UIS il potere di cercare dei punti di equilibrio che impediscano l’infrangersi del gentleman agreement di cui parlavo, perché se il prezzo del collaborare con le speleologie locali diventasse troppo alto, finirebbe per essere conveniente non collaborare. Sarebbe catastrofico.
3) Occorre rendere più simmetrici gli scambi di speleologi fra i vari paesi, favorendo la circolazione di notizie riguardanti campi speleologici in giro per il mondo. Chi fa speleologia e viene in Europa a fotografare la Tour Eiffel o il Big Ben, deve poter entrare facilmente in contatto coi suoi colleghi. Inoltre mi sembra che l’UIS potrebbe guadagnare molta visibilità organizzando spedizioni internazionali in zone “facili” e sinora ignorate.
4) La Carta di Casola è stata prodotta da eso-spleleologi non solo per motivi etici, ma anche per dare un futuro alle loro esplorazioni oltremare. Ma essa è asimmetrica, ora serve una Carta equivalente firmata dalle speleologie che ricevono visite. Serve che si impegnino a collaborare, a mandare gente che cresca, a riconoscere il ruolo altrui come si fa nella scienza. Che gli uni debbano adeguarsi a un codice e gli altri no, non può durare, soprattutto ora che abbiamo sperimentato scorrettezze. Gli speleologi, siano endo- o eso-, devono impegnarsi a lasciare i nazionalismi nel posto che essi occupano nella scienza; in essa sono semplice stimolo a lavorare al meglio, a creare scuole per accrescere il prestigio del proprio paese, ma tutto questo sempre all’interno di uno sforzo comune che ci deve trovare fianco a fianco.
5) E’ necessario contrastare l’asimmetria delle spedizioni, che è una realtà oggettiva generata dal fatto che gli eso-speleologi, nel migliore dei casi, progettano una ricerca e poi cercano colleghi locali con la quale portarla avanti. E invece gli endo-speleologi, in genere, non invitano nessuno alle loro attività. E’ ovvio che in queste condizioni la sudditanza è inevitabile. Il rimedio è semplice: iniziative “dal Sud” in cui vengano invitati speleologi di altri paesi. Farà bene e tutti e, come per magia, i problemi spariranno, come ci è capitato tutte le volte che ci siamo aggiunti a spedizioni brasiliane in Brasile. Quindi bisogna che i paesi ospitanti organizzino spedizioni internazionali, e che gli speleologi del “Sud” si preoccupino di venire nel “Nord” a far speleologia e non solo turismo. Venezia è bella, ma anche Piaggia Bella è molto interessante.
6) Infine, credo sia opportuno puntare molto a sviluppare accordi a due fra società nazionali su progetti di ricerca comuni. La gestione è più facile e i legami fra le persone più solidi. Da presidente della SSI ho tentato diversi accordi del genere, scontrandomi con molti dei “fraintendimenti” che ho elencato. Poi è finalmente andato in porto l’accordo con la Sociedad Espeleologica de Cuba, che sta invece procedendo bene, e ci sta mostrando che questi accordi sono possibili solo fra speleologie ben strutturate e con base diffusa. Ma esperienze del genere devono essere ampliate, approfondite e curate, e vanno portate avanti con obiettivi di ricerca chiari e scadenze da cercare di rispettare.

Credo infine che sarebbe auspicabile uno studio sociologico sugli speleologi dei diversi paesi, per capirne meglio i linguaggi, le esigenze e le aspettative.

Bibliografia
[1] Buzio A., Faverjon M., Grottes et Spéléologie d’Italie, Spelunca 61, 1996
[2] Badino G., Bernabei T., “Speleologia di Spedizione, Proc. Primo Incontro di Tecniche di Spedizione Speleologica, Casola 1994, SSI
[3] Badino G., Speleologi e Tribù, Grotte 123, 1995, http://www.laventa.it/download/pdf/speleo_tribu.pdf
[4] Carta di Casola, http://www.laventa.it/download/pdf/cartacasola.pdf